Stefano Bollani in Piano solo

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Sabato'  31/07/2010

 

Tuscia Operafestival
Presenta

 

Stefano Bollani in Piano solo
Arena Valle Faul, ore 21
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Biglietti:
Platea: 30.00 euro
Arena : 20.00 euro

 

Biglietti Speciali:

2 Concerti:

Allevi 27 luglio e Bollani 31 luglio

Platea: 50.00 euro
Arena : 35.00 euro

 

 

Biglietteria 892982

(Clicca e visualizza i costi del servizio) Info: 340 0880077


Un Evento

 

Biglietti:
Platea: 05.00 euro

 

 

 

 

Stefano Bollani in Piano Solo

 

 Milanese di nascita, toscano d'adozione, il trentaquattrenne Stefano Bollani ha lasciato da parecchio tempo l'etichetta di enfant prodige per diventare una realtà in patria e all'estero, vista la considerazione con la quale è tenuto sia dal pubblico che dalla critica. Diplomatosi nel 1993 presso il Conservatorio di Firenze e perfezionatosi con pianisti del calibro di Franco D'Andrea e Luca Flores, dopo un'iniziale esperienza pop, Bollani entra prepotentemente nel mondo jazz italico e internazionale grazie alla collaborazione - tuttora attiva - con quel grande scopritore di talenti che è Enrico Rava che nel 1996 lo vuole al proprio fianco nelle sue varie formazioni. Con un mentore di questo livello e grazie alle proprie doti innate di musicista, è facile per Bollani raggiungere molto presto una grande notorietà, sia con progetti a proprio nome che con collaborazioni con musicisti di grosso calibro quali Lee Konitz, Paolo Fresu, Pat Metheny, Michel Portal, Han Bennink, Phil Woods...
   Bollani, comunque, non ha come unico punto di riferimento il jazz ed infatti sono da ricordare le collaborazioni, tra gli altri, con la Banda Osiris, con Massimo Altomare, con Elio e le storie tese, con Irene Grandi e Marco Parente, senza dimenticare le sue apparizioni televisive e radiofoniche in contesti sempre originali. Ma proprio questa attività frenetica e multiforme rappresenta allo stesso tempo un pregio ed un difetto.
    Chiunque - come il sottoscritto - ha avuto la fortuna di assistere ad uno dei suoi concerti dal vivo, oppure di incrociarlo in qualche apparizione nei media, si sarà reso immediatamente conto di quale sia il suo livello di eclettismo: a Bollani piace stupire, infarcire i brani delle citazioni musicali più disparate, scherza con il pubblico e con il suo pianoforte, si improvvisa cantante - con risultati tutt'altro che disprezzabili - come fa con le poesie di Fosco Maraini da lui musicate (si trovano nel disco
La gnosi delle fanfole, da tempo esaurito che sembra venga ristampato). Fermo restando l'apprezzamento per le capacità tecniche, l'obiezione, però, è sempre quella: scarsa credibilità. Chi se li immagina, ad esempio, un Keith Jarrett o un Enrico Pieranunzi ad improvvisare in concerto su Tico-Tico, ad offrirsi come juke-box umano, a cantare Il pinguino innamorato o a proporre Per Elisa come se ci fosse il disco che salta? Bollani lo fa, magari dopo una profonda versione di qualche standard, spezzando decisamente l'atmosfera e dando alla sua performance una nuance indefinita, una dimensione aperta e senza punti di riferimento, come succede, anche se meno nettamente, con molti dei suoi dischi, in particolare con Les fleurs bleues - ispirato dall'omonimo romanzo di Raymond Queneau - o con il recente I visionari, editi entrambi dalla Label Bleu. Così il suo eclettismo gli si ritorce conto, con i puristi che gli imputano scarsa coerenza e scarsa attenzione per un progetto estetico ed espressivo rigoroso ed unitario, confondendo però il "quello che si fa" con il "quello che si è".
   Ma siamo poi così sicuri che questo "progetto" ci debba essere davvero? Siamo sicuri, invece, che non sia proprio questa la strada corretta per spazzare via una buona parte di retorica jazz-sacerdotale (quella in cui, a volte, incorre lo stesso Jarrett e non me ne vogliano i suoi estimatori) per concentrarsi invece in una voglia di comunicazione e divertimento che travalica il concetto di concerto jazz e renda invece l'incontro musicista-ascoltatore una possibilità di sorprendente empatia? Mi piace a questo punto citare un passo di un'intervista su Repubblica; dice Bollani "
A me piace pensare che sono un musicista jazz perché è l'unica musica che contempla l'idea che tu ogni sera sali sul palco ti metti al pianoforte e fai una cosa diversa, anche accettando il rischio che una volta possa venirti male". Onnivoro, fantasioso e, senza intaccare una professionalità invidiabile, personaggio che non si prende troppo sul serio, cosa rara di questi tempi.
   Ma per non rischiare che questa recensione verta troppo sul personaggio Bollani piuttosto che su questo
Piano solo dimentichiamoci per un attimo chi suona e concentriamoci su ciò che si ascolta.
   Innanzitutto è subito chiaro che ci troviamo di fronte ad un disco ECM e, come sanno bene i suoi "frequentatori", i dischi della casa di Monaco hanno un loro specifico sound ed una precisa estetica musicale; il patron Manfred Eicher tratta gli strumenti, e il pianoforte in particolare, in un modo riconoscibile e peculiare, tanto che spesso riesce ad imbrigliare gli esecutori in una dimensione espressiva che magari a loro non appartiene. Nulla di male in questo se i musicisti in questione possiedono una personalità tale che consente loro di superare l'empasse, cosa che, questa volta, accade puntualmente. Bollani riesce a sfruttare al meglio il suono levigato del pianoforte per usarlo come uno strumento per affinare la sua espressione che resta quella sua genuina, seppure mitigata da un lavoro d'introspezione difficilmente riscontrabile in altri suoi lavori. Eppure le sfumature espressive sono molte e molto varie, da
Antonia, dolcissimo affresco iniziale nato dalla penna di Zambrini (pianista del quale sarà necessario parlare più diffusamente) fino alla chiusura affidata alle articolate soluzioni armoniche di Don't talk, "cover" dei Beach Boys, passando dalla lirica improvvisazione su un tema di Prokofiev, dalla melodia cantabile di Promenade, dall'irresistibile stride di Buzzillare alla Art Tatum.
   Punti focali del disco, a mio parere, sono:
Impro I, improvvisazione nella quale Bollani su uno swing appena accennato, dispone una sorta di macchie sonore di sapore impressionistico alla Debussy, For all we know dove si raggiunge la massima introspezione allo stesso tempo dolorosa e dolcissima, A media luz brano - già interpretata da Gardel - intriso di quella passione che cova sotto le ceneri al tempo di un tango appena accennato e la sopresa (per un disco ECM) Maple leaf rag, brano storico che Bollani con rispetto destruttura senza spezzarne minimamente la compiutezza ritmica.
   Sì, forse in questo disco Bollani mette da parte una buona fetta della propria ironia e della sua verve istrionica, ma facendo questo ci lascia un lavoro molto più misurato, più meditato ed omogeneo (eccolo finalmente accontentati i desiderosi del "progetto"!) nonostante la grande varietà di fonti ispirative, ma non per questo meno affascinante. Forse ha perso un po' di originalità, ma ha sicuramente guadagnato in profondità espressiva, dimostrando non solo che è bravo tecnicamente, ma anche che sono molti i suoi modi di essere e non è detto che alcuni siano qualitativamente migliori degli altri.

 

 

 

 

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